di Giuseppe Frigerio

di Giuseppe Frigerio
Nel difficile dopoguerra italiano, mentre il Paese usciva dalle rovine materiali e morali lasciate dal conflitto e dal fascismo, nacquero esperienze educative capaci di incarnare un progetto nuovo di democrazia. Tra queste, i Convitti-Scuola della Rinascita rappresentarono uno dei tentativi più originali e profondi di ricostruire la società attraverso l’istruzione, la partecipazione e la solidarietà.
Fra i convitti più singolari, intensi e ricordati, quello di Novara, intitolato al giovane partigiano Mario Preda, rimane una testimonianza unica del clima politico, educativo e umano di quegli anni.
Un progetto nato dalla Resistenza
I Convitti della Rinascita furono istituiti tra il 1945 e il 1946, con il sostegno del governo De Gasperi e del ministro Guido Gonella, ma soprattutto grazie all’impegno di numerosi ex partigiani. Tra i principali promotori vi fu Luciano Raimondi, che contribuì a definire l’impianto pedagogico e sociale dell’iniziativa.
I convitti accoglievano giovani che la guerra aveva privato della scuola, ma anche figli di lavoratori che non avrebbero potuto sostenere i costi degli studi. Secondo l’articolo 2 dello Statuto, il loro scopo era:
«porre tutti i lavoratori e i figli dei lavoratori su un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale e culturale».
L’istruzione veniva intesa come lavoro e diritto, e per questo i convittori ricevevano gratuitamente vitto, alloggio, libri e strumenti.
Il Convitto “Mario Preda” di Novara: una storia breve e accesa
A Novara il convitto aprì nel 1947, in una grande casa patrizia situata di fronte ai Salesiani. Era un luogo elegante e accogliente: un cortile, spazi verdi, un campetto da calcio, perfino una vasca con pesci.
Intitolato al quindicenne partigiano Mario Preda, detto Topolino, caduto il 25 aprile 1945, il convitto assumeva da subito una forte valenza simbolica: memoria, impegno civile e speranza nel futuro.
Una comunità-rifugio nell’Italia ferita

Tra le sue mura vivevano insieme:
- Orfani istriani e dalmati dell’esodo,
- orfani di guerra,
- figli di partigiani,
- giovani reduci da persecuzioni politiche o deportazioni.
Il convitto era un microcosmo dell’Italia che ripartiva, con le sue ferite ancora aperte ma animata da un forte desiderio di riscatto.
A pochi passi, nella caserma Perrone, vivevano molte famiglie esuli da Pola, che intrecciarono con i ragazzi del convitto rapporti di solidarietà quotidiana. Capita spesso che gli adulti istriani invitassero i bambini del “Preda” a pranzo, offrendo un piatto caldo e il conforto della loro lingua e cultura.
La scuola Princigalli: politica, idealismo e metodo attivo

La scuola Mario Preda, diretta dalla professoressa Anna Maria Princigalli, capitano partigiano, figura carismatica e politicamente molto schierata.
La sua scuola fu considerata un modello innovativo al punto da attirare la visita del segretario di Stato americano Washburne, curioso del metodo educativo “attivo” adottato.
Per molti ex allievi, quella scuola era molto più che un’elementare: era un laboratorio politico-pedagogico in cui si respiravano democrazia, disciplina comunitaria e impegno civile.
Una pedagogia moderna: autogoverno, cooperazione, valutazione formativa
I Convitti della Rinascita introdussero pratiche d’avanguardia per l’epoca:
- Autogoverno: gli studenti partecipavano all’organizzazione della vita comunitaria.
- Attività produttive cooperative: falegnamerie, laboratori di grafica, produzione casearia, liuteria. I ragazzi contribuivano concretamente all’autofinanziamento del convitto.
- Formazione tecnica e professionale legata ai territori.
- Valutazione non tradizionale: invece dei voti, si segnava ciò che era “superato e compreso”, in un sistema più vicino alla pedagogia contemporanea che alla scuola post-fascista.
Il clima politico e la chiusura: il 1948 e la fine di un sogno
Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, i governi democristiani considerarono i convitti troppo vicini agli ambienti resistenziali e a una cultura politica considerata “militante”.
Iniziò così una progressiva riduzione dei fondi, un aumento delle ispezioni e il ritiro di personale ritenuto “non allineato”.
Il Convitto “Mario Preda” di Novara, per la sua forte caratterizzazione politica, fu tra i primi a essere chiuso.
Un’eredità che dura oltre gli anni della chiusura
Sebbene la rete dei Convitti della Rinascita si ridusse drasticamente negli anni ’50, alcune realtà — come quella di Milano — sopravvissero più a lungo, lasciando un’impronta profonda nella pedagogia italiana.
Molti ex convittori ricordano quell’esperienza come una scuola di vita fatta di:
- autogestione,
- solidarietà,
- cittadinanza attiva,
- responsabilità sociale.
Il “Mario Preda” di Novara, con la sua storia breve ma intensa, resta uno dei capitoli più vividi di questo grande esperimento democratico nell’Italia del dopoguerra.
Conclusione: un tassello prezioso della ricostruzione italiana
I Convitti della Rinascita non furono solo scuole: furono laboratori di democrazia, luoghi in cui giovani provenienti da ferite e storie diversissime impararono a vivere insieme, a studiare, a organizzarsi e a sperare.
L’esperienza del Convitto “Mario Preda”, in particolare, mostra come l’educazione potesse diventare — e talvolta diventò — uno strumento potente di ricostruzione civile in un Paese ancora scosso dalla guerra.
Un frammento di storia nazionale visto attraverso gli occhi dei bambini, ma che parla ancora oggi agli adulti.




Fonti della Ricerca
– Varie sedi locali dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia).






























































































































































































































































































